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Il disegno di legge sul testamento biologico contiene un articolo (il n. 3) che vieta l'accanimento terapeutico. Parto sempre dall'idea che questo termine non significa nulla, e che vietarlo ha lo stesso effetto pratico di un divieto di caccia ai draghi. Il problema cui si vuole alludere quando si parla di "accanimento terapeutico" è reale. Anche i trattamenti eseguiti con le migliori intenzioni, infatti, possono essere giudicati dal paziente come un danno per la sua persona. Ma nel ddl non si parla di questo.
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(ANSA) - ROMA, 19 FEB - Il ddl Calabro' sul testamento biologico e' stato votato come testo base: lo ha deciso questa mattina la commissione Sanita' del Senato. I si' sono stati 13, 6 i no e 3 astenuti, tutti del Pd tra cui il capogruppo Dorina Bianchi. Nel pomeriggio ci sara' una riunione dei membri del Pd della commissione Sanita' per valutare gli emendamenti, il cui termine per presentarli scade lunedi' 23. Martedi' 24 e' previsto l'ufficio di presidenza e il 5 marzo il testo dovrebbe arrivare in aula.

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Ogni tanto arriva una buona notizia. Leggo che la Corte di cassazione ha annullato la condanna comminata nel 2007 al giudice Luigi Tosti. Si tratta del protagonista di una vicenda surreale, molto italiana. Un caso fondato sulla regola non scritta, ma applicata con vigore, che conviene chiudere tutte e due gli occhi sulla violazione dei diritti quando sono in gioco personaggi altolocati.
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Tutto lascia prevedere che avremo presto una legge sul testamento biologico, molto probabilmente incostituzionale, forse inapplicabile, ma che ci sarà imposta come qualcosa di inesorabile. Incostituzionale perché nel testo in preparazione presso la commissione sanità del Senato c'è di fatto l'obbligo, per il paziente, di accettare nutrizione e idratazione artificiali, laddove l'art. 32 della Costituzione dice che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario. La scappatoia è ovviamente quella di definire nutrizione e idratazione artificiali come una forma di supporto vitale anziché come trattamento sanitario.
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Domani inizia il "Darwin Day" del Museo di storia naturale di Milano. E' un'edizione piuttosto speciale perché cade nel bicentenario della nascita di Charles Darwin (12 febbraio 1809). Domani e per i due giorni successivi il museo ospiterà conferenze su questioni di scienza, storia e filosofia relative a Darwin e alla teoria dell'evoluzione. Altri eventi di questa manifestazione andranno avanti fino al 12. Chi fosse interessato può leggere il programma e poi seguire i lavori attraverso il sito di Pikaia, che come negli anni passati darà accesso a un servizio di streaming audio-video.

Tanta pubblicità è dovuta al fatto che sono una delle organizzatrici della manifestazione, e che sono convinta che la composizione del gruppo di relatori presenti quest'anno sia difficile da eguagliare in un evento rivolto a un pubblico non specialistico.


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Lo so, l'assiduità con cui tengo questo blog cade probabilmente nel dieci percento più basso delle statistiche mondiali. Ho giocherellato un poco con l'idea di una correlazione inversa tra l'andamento dei miei post e il grafico qui a fianco (qui il link alla fonte ). In effetti c'era un indizio: con l'impennata dell'indice, i miei post sono spariti. Ma la questione seria ovviamente non sono i miei post.

La questione seria è ciò che il grafico rappresenta: l'andamento del prezzo delle assicurazioni sul credito dell'Italia. Grosso modo si tratta di questo: i grandi investitori che acquistano titoli di Stato italiani si assicurano contro il rischio della bancarotta dello Stato attraverso strumenti finanziari, i famosi derivati, i quali ovviamente hanno un prezzo. Il prezzo sale quanto più sale la percezione del rischio di bancarotta (da qui a cinque anni). Non saprei dire come sia stato calcolato quest'indice (la fonte mi pare comunque autorevole), ma l'andamento è inequivoco. A questo aggiungo la notizia che il nostro paese è in testa alla graduatoria mondiale per il volume di derivati basati sul suo debito. In altre parole, ciò che ancora resta in piedi del castello di carte della finanza mondiale poggia in parte significativa su di noi. Beh, in queste circostanze l'ottimismo è proprio un dovere patriottico, perché dal punto di vista delle cifre sarebbe un atteggiamento totalmente campato in aria.

Il mio ritorno al blogging contiene quindi un messaggio: per i prossimi anni, scordiamoci che l'Italia possa diventare un paese "normale", capace di ampliare la sfera dei diritti civili e dei diritti democratici come è accaduto altrove. Lo Stato in questo momento serve ad altro, e i primi a saperlo sono persone come i "patrioti" che hanno mantenuto all'Italia una compagnia aerea di bandiera (tra essi notoriamente c'è la presidente di Confindustria). Se dovessi dire a cosa (a chi) serve oggi lo Stato, partirei dall'ultima pubblicazione dell'OCSE secondo la quale l'Italia è al sesto posto nelle classifiche mondiali sulla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Il dieci percento dei nostri ricchi sono molto più ricchi del dieci percento dei nostri poveri, se confrontati per esempio con le rispettive classi in Gran Bretagna, Francia o Germania. D'altra parte, i ricchi di casa nostra potrebbero obiettare che loro sono meno ricchi dei loro omologhi del resto del mondo, e che i sacrifici non li possono fare. In condizioni di recessione, lo Stato può probabilmente attuare politiche per cercare di ridurre l'uno o l'altro divario, quello tra ricchi e poveri italiani o quello tra ricchi italiani e ricchi stranieri. Ma non entrambe le cose, e questo contrasto minaccia seriamente le regole della decisione e della partecipazione democratica.

Quanto ai diritti civili, la Santa Sede ha appena reiterato la sua opposizione alla carta dell'ONU sui diritti dei disabili (perché contiene riferimenti al tema della salute sessuale), e ha già dichiarato che si opporrà a una risoluzione per la depenalizzazione dell'omosessualità. Non penso, davvero, che la Chiesa sia favorevole all'impiccagione degli omosessuali, né che abbia qualcosa contro i disabili. Il fatto è che vuol farne questioni di principio, esempi di quelle questioni "non negoziabili" sulle quali, nelle sedi internazionali, il Vaticano è pronto ad allearsi con le autocrazie islamiche contro i paesi democratici. In casi come questi, considerare seriamente nel merito le ragioni della Chiesa sarebbe un po' come discutere se si stava meglio nel medio evo (che è una discussione affascinante, ma alquanto speculativa, e per me abbondantemente risolta). Il problema, più che quello che pensa la Chiesa, è che questa resistenza agli orientamenti democratici sui temi dei diritti civili, molto spesso, paga.

Ma una nota positiva, alla fine, vorrei metterla. Mi pare evidente che chi detiene il potere politico, come anche chi detiene quello economico, non abbia la più pallida idea di come uscire dalla lunga fase di recessione che si prospetta. Allora, è ancora possibile immaginare un futuro diverso.


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Con un tempismo davvero provvidenziale, le parole del Papa sulla crisi finanziaria mondiale e su quanto sia vana la ricerca del benessere materiale sono coincise con uno dei giorni di massima caduta dei mercati. Probabilmente il Papa si rivolgeva ai giocatori d'azzardo, legalmente autorizzati, che ogni giorno in Borsa si giocano il nostro futuro senza che nessuno possa impedirglielo, ma il riferimento alle "case costruite sulla sabbia" deve essere suonato particolarmente indelicato a chi una casa propria ancora non ce l'ha, e in compenso ha un mutuo da pagare. Mancanza di sensibilità da parte del capo di uno Stato che possiede una quantità spropositata di immobili di pregio? Spero almeno che, per decenza, prima di aprire bocca il Papa abbia consultato i bilanci della banca vaticana, in passato implicata in fallimenti e scandali a seguito di una gestione disinvolta e poco trasparente, se non anche criminale.

Mettiamo pure che le parole del Papa siano state soltanto mal scelte, o riportate dai giornali senza fare attenzione al contesto in cui sono state pronunciate. C'è comunque qualcosa di preoccupante in alcuni discorsi che si sentono in giro a proposito della crisi finanziaria, e in questa luce anche le parole di Ratzinger acquistano un peso diverso. Iniziano a fare capolino, dette a mezza bocca, strane ipotesi sui veri responsabili dello sconquasso. Finanzieri? Banchieri? Speculatori? Solo in parte, solo fino a un certo punto. I veri responsabili, nel discorso che inizia a prendere forma, sono i pezzenti, quelli che si sono illusi di potersi permettere una casa o altri beni materiali, o che hanno sognato una volta andati in pensione di poter vivere nell'ozio. Queste persone hanno creato una domanda artificiale che il mercato, bontà sua, non ha potuto far altro che soddisfare, ma che ha finito per minare la stabilità del sistema.

Spero che chi mi legge si guardi bene attorno e giudichi se questa interpretazione capovolta dei fatti riesce a riscuotere consensi. Perché sarei lieta di essere smentita. In Italia siamo abituati ai politici che si arricchiscono con i soldi pubblici e agli amministratori di società che fanno fortuna mentre conducono le loro aziende al fallimento. Ma un rovesciamento di responsabilità di queste proporzioni, tale da accollare la responsabilità di una crisi finanziaria mondiale a chi è stato relegato ai margini del mercato, senza aver mai avuto una possibilità di scelta, a me fa rabbrividire. Perché poi, traducendo questo messaggio in persone in carne e ossa, si scopre facilmente che i "colpevoli" sono i soliti noti: precari, disoccupati, immigrati, salariati da mille euro al mese, e ancora genitori singoli e gente che non ha alle spalle una famiglia solida.

Rispetto a questa reinterpretazione classista della crisi mondiale, non ho dubbi su da che parte si collocherebbe Benedetto XVI. Solo che il problema è più grande anche del Papa e delle garanzie sulla Parola che ha cercato di piazzare. E davvero, non è il momento di lasciarsi prendere in giro.


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Qualche giorno fa il cardinale Bagnasco ha riaperto la discussione sul cosiddetto testamento biologico, con una presa di posizione che ad alcuni è suonata come un'apertura ma che non ha aggiunto niente di particolarmente nuovo a posizioni già espresse in passato. La CEI vuole una legge che eviti tanto l'accanimento terapeutico quanto l'eutanasia, e in cui stia scritto che la nutrizione artificiale è una forma di sostegno vitale, non un trattamento terapeutico che si potrebbe anche rifiutare. E' il linguaggio del catechismo cattolico, riconoscibile in particolare da quel riferimento all'"accanimento terapeutico". E' un termine introvabile nella letteratura medica fuori dall'Italia, che lo stesso catechismo traduce in inglese con la formula alquanto artificiosa di "over-zealous treatment", trattamento sovrazelante (quale sarebbe la differenza tra "zelo" e "sovrazelo"?). Considerazioni analoghe si potrebbero fare per il significato ampio dato al termine "eutanasia" e per il modo in cui viene considerata la nutrizione artificiale. Credo che una legge nei termini proposti da Bagnasco, oltre a essere una cosa disdicevole per un paese laico, finirebbe per essere ambigua e di difficile interpretazione, soprattutto da parte dei medici che dovrebbero poi applicarla. Un po' come è stato, ed è, per la legge 40.

C'è altro. Qualche giorno prima delle dichiarazioni di Bagnasco, e su questo vorrei spendere qualche parola in più, anche nel Regno Unito c'è stata una discussione sui temi di fine vita. La baronessa Warnock, una autorità sui temi della bioetica, ha infatti dichiarato che le persone affette da demenza sono un peso sia per i loro familiari che per il sistema sanitario nazionale. Queste persone potrebbero avere il dovere di morire (qui il link a un articolo, in inglese). La baronessa è nota per le sue posizioni a favore dell'eutanasia. Tecnicamente, però, questa non è l'eutanasia come si intende nella letteratura medica e come è legalizzata, per esempio, in Olanda. Non si tratta cioè di un'azione intrapresa dal medico su precisa richiesta di un paziente terminale che vive in una condizione di sofferenza non alleviabile. Ciò che si contempla in questo caso è la soppressione di persone non autosufficienti e non capaci di intendere e volere.

Va bene: le idee di Lady Warnock sono ripugnanti, almeno per me.

Vorrei però aggiungere un paio di considerazioni sbrigative, tanto per dire che, per fortuna, non siamo costretti a scegliere tra Warnock e Bagnasco. E anche per dire che le questioni di bioetica non sono una sfera a sé, isolata dal resto della società.

La prima. C'è una grossa differenza tra scegliere di fare qualcosa e avere il dovere di fare qualcosa. Per me, nel caso delle questioni di fine vita, un'etica del dovere è completamente fuori luogo. Naturalmente, poi, ciascuno è libero di scegliere per sé, se vivere o morire seguendo un'etica del dovere. Così come ciascuno è libero di farsi del male, o di credere che Noè ha salvato dall'estinzione la vita sulla terra. Sarò sbrigativa e irrispettosa verso certi filosofi, anche italiani, ma un'etica che voglia convincerci che in certe condizioni abbiamo il dovere di rinunciare alla vita è un'etica irrazionale, da fanatici o da imbecilli.

La seconda. E' vero che assistere o curare certi malati comporta costi elevati, che l'allungamento della vita può portare allo sconquasso i sistemi sanitari, che probabilmente con gli stessi soldi si potrebbero curare persone giovani e ancora capaci di dare un contributo alla società. Però tutto questo calcolo di costi e benefici, che in astratto potrebbe anche essere convincente, viene di solito portato avanti senza chiedere il parere dei diretti interessati. Perché mai gli interessi di cittadini anziani, o non autosufficienti, non dovrebbero essere considerati alla pari con quelli degli altri?

Gratta gratta, quando si parla di persone che sono un peso per la società si finisce sempre per guardare nella stessa direzione, a chi non è in grado di produrre ricchezza per altri. Ma vista la facilità con cui questo sistema può bruciare il futuro di chiunque, con i posti di lavoro che evaporano e le borse in preda a un impazzimento epocale, i "pesi" da cui liberarci andrebbero cercati nella direzione opposta.


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Recentemente la Chiesa anglicana ha fatto una sorta di mea culpa per il modo in cui, a suo tempo, aveva trattato Darwin e la sua teoria dell'evoluzione. Il Corriere della Sera ha colto questa occasione per sondare l'orientamento di alcuni pensatori cattolici.

Parlare (e soprattutto, far parlare) di Darwin è una delle mie occupazioni professionali, e il prossimo anno, precisamente il 12 febbraio 2009, ricorrerà il bicentenario della nascita del naturalista inglese. Ovvero, se si preferisce, saranno passati centocinquant'anni dalla pubblicazione de L'Origine delle specie. Insomma sarà un anno in cui un po' tutti si sentiranno obbligati a dire quello che pensano, e temo che ne sentiremo delle belle. I pensatori intervistati dal Corriere, per esempio, coprono uno spettro ampio, dal teologo Vito Mancuso che non vede motivi per alimentare un conflitto tra evoluzione e religione, allo scrittore Maurizio Blondet che considera invece la teoria dell'evoluzione il frutto di un complotto dei biologi.

Tra gli intervistati c'è anche il professore Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto (ogni riferimento all'idea dello scontro di civiltà è puramente intenzionale), che riesce a fare del pensiero di Darwin una premessa di Hitler, ma anche di Marx. Questo riaccende una mia vecchia perplessità: come mai i canoni di merito in uso tra storici e filosofi sono di qualità così infima, da permettere a uno che dice queste cose di diventare professore di storia moderna in una università?

Però ho anche una buona notizia. La Chiesa cattolica, attraverso la Pontificia Università Gregoriana, ha in programma un interessantissimo convegno internazionale, agli inizi di marzo, per una valutazione critica di fatti e teorie dell'evoluzione. La lista dei partecipanti comprende scienziati di grande prestigio, tra i quali si segnalano in particolare alcuni esperti nel campo della microbiologia e della biologia dello sviluppo, scienze che ai tempi di Darwin si trovavano ancora in uno stadio infantile. Uno dei messaggi che mi aspetto scaturisca dall'incontro potrebbe essere questo: l'evoluzione non si spiega solo con "la sopravvivenza del più adatto", neanche se si aggiunge quella specie di lotteria che sono le mutazioni genetiche. Mi piacerebbe anche che si ricordasse che Darwin è stato un grande scienziato, non un mediocre filosofo.

Nella buona notizia ce n'è poi un'altra ancora più buona: tra gli invitati al convegno non c'è nessuno, nessuno, dei sostenitori del creazionismo del "disegno intelligente". In tutto il mondo i creazionisti si danno un gran daffare per convincere i responsabili dell'istruzione che anche le loro teorie andrebbero insegnate nelle scuole. E a volte, con i ministri, ottengono qualche successo. Ma la Chiesa cattolica, evidentemente, non si fa prendere facilmente per il naso.


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Alla fine, l'esperimento dei fisici al CERN di Ginevra non ha causato la fine del mondo. Non nascondo che, se fossimo stati tutti inghiottiti da un buco nero, avrei perso rispetto per gli scienziati.

Il pericolo del buco nero, in concreto, era inesistente. Ma altre cose che potrebbero portare, se non alla fine del mondo, almeno a una catastrofe mondiale mi sembrano più concrete, e abbastanza visibili. Per esempio, ci sono probabilità non trascurabili, qualche miliardo di volte più elevate rispetto a quelle del buco nero, che gli americani scelgano un "ticket" presidenziale la cui numero due è una invasata, convinta che Dio le abbia affidato una missione in cui potrebbe rientrare una guerra con la Russia. Una piccola guerra, nel Caucaso, c'è già stata. Piccola, ma non tale da risparmiare crimini contro la popolazione civile, commessi da entrambe le parti.

Non è compito degli scienziati evitare che il mondo giri all'indietro. Così, mentre a Ginevra si completavano i preparativi del grande esperimento, in Italia c'è stata la riabilitazione dei fascisti da parte di un ministro della Repubblica nata dalla Resistenza. Alemanno e La Russa, e qualche loro interprete, hanno spiegato che il fascismo non era poi così brutto come lo si dipinge, e che comunque i fascisti non erano il fascismo, magari erano anche brave persone. C'è voluto Avvenire, dopo la polemica già avviata da Famiglia Cristiana, per sottolineare l'enormità di queste dichiarazioni.

A me fa piacere che ogni tanto il clero cattolico si metta all'opposizione. Mi fa tanto piacere vedere la Chiesa all'opposizione, che vorrei che ci restasse in eterno. Mi fa piacere che ci sia qualcuno disposto a impartire lezioni di democrazia a La Russa o ad Alemanno, un compito ingrato e a mio avviso privo di speranza. Ma il rischio di un nuovo fascismo è troppo serio per lasciarlo nelle mani della Chiesa, cosa evidentemente diversa dal popolo dei cattolici.



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