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Nell'ultimo numero di "Agenda Coscioni", Rocco Berardo esprime un giudizio fortemente negativo su Sante Ragioni. Non è una recensione ma un commento, troppo lungo per essere riassunto, su quella che Berardo ritiene una censura a danno dell'Associazione Luca Coscioni. Si intitola "Non lasciamoci ingannare dal libro Sante Ragioni".

A innescare il discorso sulla censura è soprattutto ciò che Sante Ragioni dice, e non dice, di Piergiorgio Welby: dice che era stato un attivista per i diritti dei disabili; non dice che era il co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni. Secondo Berardo, questa omissione significa che "Welby, secondo gli impagabili autori, è nato dal nulla".

C'è un'altra possibilità che Berardo non prende in considerazione. Ed è che Sante Ragioni non sia un libro scritto a scopo di informazione, ma per discutere criticamente - o facilitare la discussione - degli argomenti con cui la Chiesa cattolica giustifica le proprie ingerenze nella vita civile. Di fronte a questa possibilità, Berardo avrebbe potuto riconoscere agli autori una certa libertà di scegliere i propri argomenti, il modo in cui presentarli, e le proprie fonti. Niente gli avrebbe impedito, poi, di criticare le omissioni strumentali, se ve ne sono, e l'utilizzo di fonti non citate, se se ne trovano.

Sante Ragioni non è naturalmente una biografia di Piergiorgio Welby o di Giovanni Nuvoli. E visto che noi, gli autori del libro, non conoscevano nessuno dei due, non avevamo alcuna voce in capitolo per dire qualcosa sul senso delle loro vite. Se Berardo pensa che il loro coinvolgimento a diverso titolo con l'Associazione Coscioni sia stato "la parte più significativa delle loro storie, delle loro vicende umane", a me sta bene che lo dica. Ma noi non potevamo farlo.

Ciò che noi potevamo fare, e abbiamo fatto, era di partire dal caso di Welby per discutere due aspetti di ordine più generale. Il primo, che il dramma personale di Welby si sarebbe potuto risolvere se in Italia ci fosse stata una legge sul testamento biologico. Il secondo, che si è creata una sovrapposizione tra il caso personale di Welby e la discussione sull'eutanasia, e che questa sovrapposizione è stata utilizzata strumentalmente (e continua a esserlo) dai clericali, che non
vogliono che in Italia si discuta laicamente delle scelte di fine vita.

In questo contesto il riferimento all'Associazione Coscioni ci poteva entrare, ma anche no. Come autrice ho fatto una scelta, che è stata quella di non farcela entrare. Se a Berardo non piace questa scelta ha tutto il diritto di criticarla, ma cosa c'entra la censura?

A proposito di diritto all'eutanasia, poi, il riferimento all'impegno di Welby per i diritti dei disabili continua ad apparirmi significativo. Non dovrebbe essere necessario ricordare che la principale opposizione non confessionale all'eutanasia viene proprio da associazioni che si battono per i diritti dei disabili. Non serve che io lo ricordi, soprattutto, all'Associazione Coscioni, che già si batte su entrambi i fronti con iniziative che spesso mi trovo a condividere. Evidenziare la continuità tra l'impegno di Welby per i diritti dei disabili e il suo impegno per l'eutanasia non mi sembra né riduttivo né tanto meno denigratorio, e voleva essere un piccolo tributo alla combattività e coerenza di un uomo, che chiunque potrà stimare anche senza sapere quali cariche ricopriva.

Berardo obietta inoltre che "nelle note tutti i documenti sono tratti dal sito dell'Aduc". Ora, questo è semplicemente falso. Il sito dell'Aduc è usato, al pari di quello dell'agenzia cattolica Zenit e di alcuni quotidiani, come fonte per alcune dichiarazioni citate nel testo. Nel capitolo che riguarda le scelte di fine vita, il riferimento al sito dell'Aduc riguarda una sentenza di tribunale. Per il resto sono citati "The Lancet", gli "Archives of Internal Medicine", la Società Italiana di Nutrizione Enterale e Parenterale. Nel capitolo sulla legge 40, altro capitolo in cui Berardo ha ravvisato gli estremi della censura, sono citati il "British Medical Journal" e l'"Ob[stetrician]/Gyn[ecologist] News". Si tratta di riviste e associazioni mediche autorevoli. Quello che Berardo considera "un silenzio davvero assordante" non fa che riflettere il fatto che nella nostra selezione delle fonti non abbiamo avuto bisogno di ricorrere all'Associazione Coscioni. Considerando la qualità delle fonti citate, non credo di essere tenuta a una giustificazione.

E' piuttosto indecoroso che tra persone che si dichiarano laiche ci si debba ricordare che certi argomenti non sono monopolio di nessuno. Ma Berardo non si accorge del problema, visto che sembra collocare gli autori di Sante Ragioni dalla parte di "un regime che autoalimenta la propria illegalità assecondando la cifra di un politicantismo corrotto e senza moralità". Bum! Faccio fatica a pensare che ce l'abbia proprio con noi, ma è così: "in conclusione, cari Pievani e Castellacci, andate a quel paese, italiano o vaticano che sia."  Forse non ci siamo capiti, e pazienza. Però gli autori di Sante Ragioni sono Carla Castellacci e Telmo Pievani, e vanno citati in quest'ordine. Anche se Pievani è un professore universitario che ha scritto e scrive molto più di quanto faccia la sottoscritta, a essere mandata a quel paese tocca prima a me. Non c'è bisogno di dire a Berardo quale cattiva impressione possano fare certe minuzie.

Una domanda che non ho potuto fare a meno di pormi, leggendo questo commento, è se siano più accettabili le paranoie di quei preti che vedono ovunque il demonio in azione, o le paranoie di quei radicali che vedono ovunque la censura clericale in azione. Non tutti i preti e non tutti i radicali, sia chiaro. Alla fine continuo a preferire, sentimentalmente, le paranoie di Berardo, perché anche lui prende le difese dello stato laico e anche lui soffre del peso esagerato che i politici e i media danno agli argomenti clericali. Anche lui ha le sue ragioni, peccato solo che sia privo di argomenti.

c.c.

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